27/05/2007

LA CARITA' CRISTIANA

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Simone Martini, Storie di San Martino, 1314
27.05.1314
Il  mantello di San Martino
San Martino  era nato in Pannonia nel IV secolo, figlio di un tribuno militare dell'esercito romano. Divenuto soldato a 15 anni, Martino rinunciò alla milizia nel 334 circa per dedicarsi alla vita religiosa.
Non conoscevo  la vita e le opere di San Martino, ma nel  1312  i frati della  Basilica di S.Francesco mi commissionarono la realizzazione di  alcuni affreschi in cui avrei dovuto descrivere  i quattro episodi  della primo periodo della sua vita, anteriori al 344, e quattro dell'utimo, successivo  al 371, oltre alla morte e alle esequie. 
La prima scena che dovetti affrontare,  seguendo l'ordine narrativo,  fu la divisione del mantello  che fu tagliato  a metà  dalla spada del  santo  in un rigido mattino di inverno al fine di  soccorrere e riscaldare un mendicante lacero, scalzo e infreddolito nel quale i frati francescani  intravedevano la figura di Gesù Cristo.
Riflettei a lungo prima di iniziare l'opera.
Martino non era ancora diventato un religioso, ma possedeva già dentro di sè  la  grazia della compassione umana, uno degli attributi  più elevati della coscienza dell'individuo.  La compassione di Martino  era stata suscitata da un fattore  cardine  della sua natura: la percezione sensoriale dei bisogni, delle necessità e dei desideri dell'anima. Non è possibile  provare il  sentimento di compassione se il cristiano non collega il cuore, sede dell'anima, con gli occhi.   I frati francescani mi avevano insegnato che   l'invisibile  collegamento  che avviene  tra  gli  occhi e il cuore  è il sentiero che  trasporta  l'anima nel cuore spirituale della testa.  
Il concetto non mi era nuovo.  Già da qualche anno alcuni eruditi  ortodossi provenienti da Costantinopoli  avevano  portato a Firenze  un manoscritto del filosofo Avicenna tradotti dall'arabo  in greco. Anche Avicenna affermava che l'anima trasmigrava nella testa man mano che la percezione iniziava a penetrare nella dimensione astrale delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti corporei.  Lo dissi una sera al priore della Basilica di San Francesco,  al termine  della prima giornata di lavoro. 
Rimasi stupito del fatto  che l'Ordine  fosse a conoscenza delle opere del filosofo e che una delle più importanti del misticismo arabo, il Transitus Mariae,  fosse  già conosciuto in lingua latina dai francescani  attraverso una traduzione fatta  già  da 1190  dai  cistercensi di San Bernardo. Il priore mi prese sottobraccio e mi portò verso l'ala nord della Basilica al cospetto di un affresco che Giotto aveva realizzato qualche decennio prima.
Mi disse che rappresentava  una delle iniziazioni più importanti alla vita religiosa, la chiave di accesso all'esperienza della compassione. Non mi disse  altro. Rimasi  a contemplare l'opera solo per pochi minuti. La luce delle  candele era fioca  e mi promisi di tornare l'indomani.   

IL DIO DELL' EQUILIBRIO

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Caravaggio, Sacrificio di Isacco. 

Caravaggio reinterpreta la storia  biblica  del "Sacrificio di Isacco" alla luce di una diversa  concezione filosofica dell'Universo: "l'Equilibrio è la Legge fondamentale dell'Universo (Dio Padre), mentre l'Armonia è una legge del mondo (il Figlio)".
La Legge dell'equilibrio stabilisce dei rapporti diversi tra gli uomini; non più fondati sulla prevaricazione del più forte (istinto di sopravvivenza) o del più intelligente (istinto di adattamento), ma sulla qualità dell'istinto di equilibrio di adeguare il mondo esteriore a quello interiore, e viceversa, in base alle necessità del momento e alle condizioni storiche, economiche, politiche, sociali e culturali  in cui l'individuo si trova a vivere
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Ciò significa che al "Dio" dei limiti morali, dei sacrifici, della responsabilità sociale e della ricerca ambiziosa di assomigliare a Lui in tutto e per tutto (Yavhè) deve subentrare un nuovo "Dio", più aperto, disponibile, malleabile e probabilmente più equilibrato nel giudizio e "flessibile" nel richiedere all'individuo l'assoluta fedeltà e osservanza delle prescrizioni morali, etiche e spirituali (il Cristo del Giudizio dipinto da Michelangelo).
La Legge dell'Equilibrio richiede sia all'uomo che alla "religione" cui crede di instaurare un  rapporto  fondato non più sull'obbedienza e la fede cieca nei dogmi e nelle leggi, ma sulla reciproca disponibilità a "convalidarsi", a "riconoscersi" e a "legittimarsi". Non esiste alcun potere religioso, politico o  spirituale che possa  vantare "referenze di credibilità" se non è 'sostenuto' dal bisogno dell'individuo di affidare la cura del corpo, dell'anima e della mente a  qualche ente superiore.

Abramo sta per sacrificare il figlio Isacco, per obbedire alle parole di "chi" chiede  obbedienza e spirito di sacrificio. Il figlio rappresenta la pulsione di vivere, il desiderio di godersi la vita,la libido creativa e tutte quelle manifestazioni psichiche che contraddistinguono l'individuo che si "rifiuta"  di diventare un numero, una "scheda" in una rivista d'arte, un  impiegato modello o una "pedina elettorale".

Il "Dio" dei sacrifici e della razionalizzazione delle pulsioni creative in vista di un  "progetto più ambizioso da compiere", cova all'interno di ogni individuo che si illude di compiere la cosa giusta.
La "cosa giusta" si chiama di volta in volta con diversi nomi:  carriera, vita agiata, sicurezza sociale ed economica, successo,ecc.... In nome di questo Dio  siamo pronti a sacrificare tutto, anche i figli, l'amore e l'autoespressione creativa.

Dall'alto del cielo scende un angelo a fermare il coltello di Abramo. Il momento è carico di pathos. L'angelo lo afferra al polso all'ultimo istante e gli  mostra con l'indice che il paradigma della felicità non si trova nell'obbedienza cieca alle leggi (divine e umane), ma nella ricerca dell'Equilibrio.
La linea invisibile che porta lo sguardo fuori dal dipinto descrive un punto preciso che l'astrologia spirituale del rinascimento chiama Discendente. L'angelo invita Abramo a cambiare punto di vista e accettare dentro di sè l'esistenza di un Dio che non chiede "la morte della pulsione psichica", poichè è proprio nell'espressione creativa di questa pulsione di vivere, godere e comunicare che è  racchiusa l'essenza della felicità. E dove c'è la soddisfazione interiore di essere se stessi, di esprimere liberamente creatività, desiderio e amore senza limiti e inibizioni, allora c'è anche il "Figlio di Dio", ovvero l' Harmonia Mundi.

Nel Discendente (la Bilancia), ovvero dalla parte opposta dell'Ascendente (l'Ariete), esiste un mondo di perfezione che non può essere compreso intellettualmente, ma solo sperimentato. Nel punto opposto all'ariete (l'ego e l'autoaffermazione sociale)  non c'è l'anima con tutte le sue paure inconscie e subconscie , ma un diverso soggetto (artistico, estetico e percettivo) che agisce in armonia con la Legge universale dell'equilibrio (la Bilancia). La "capra" dipinta da Caravaggio vicino alla testa di Isacco descrive la razionalizzazione naturale delle pulsioni che si compie evolvendo nelle modalità della percezione  artistica  (la bilancia). 
La legge dell'equilibrio è sinonimo di "Bellezza, Giustizia e Discriminazione". Senza queste tre forme  "mature" di consapevolezza spirituale delle immagini (Arte alchemica) non può avvenire nessuna salvezza dalla banalità quotidiana e dall'oblio di chi siamo veramente.
 
Dorn, un alchimista del seicento, scriveva; "Quale follia vi induce in errore? Perchè Egli vuole che in voi, e non fuori di voi, tutto ciò sia trovato che voi cercate fuori e non dentro voi stessi: l'uomo comune ha il vizio di disprezzare tutto ciò che gli è proprio (gli istinti e le pulsioni) e di bramare sempre ciò che gli è estraneo...la vita, luce degli uomini, brilla in noi seppur oscuramente, come nell'oscurità."

Fonte:
Jung:  Psicologia e Alchimia
Caravaggio: Il sacrificio di Isacco
www.museohermetico.com   

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